mattia da re per l'altro veneto

« Disobedience is the true foundation of liberty. The obedient must be slaves » – H. D. Thoreau


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Senza sperimentazione animale, per i malati (di oggi, di domani e dopodomani) non cambierebbe nulla

Ieri – ascoltando i lavori del X° Congresso dell’Associazione Luca Coscioni, in particolare gli interventi di alcuni professori e ricercatorimi sono convinto di una cosa, non ho più dubbi: se la sperimentazione animale domani venisse abolita, per i “malati” non cambierebbe assolutamente nulla. Prima, effettivamente, qualche riserva – qualche scrupolo dovuto probabilmente al ricatto morale “niente sperimentazione animale = niente cure” – la avevo. Ora non più. Non vi spiegherò qui perché siano state proprio le loro parole a convincermi dell’inutilità della sperimentazione animale per la salute umana, ascoltate i lavori del congresso e fatevi un’idea – ne vale la pena e lo dico senza sarcasmo: le campagne dell’Associazione Luca Coscioni sono nel 99% dei casi battaglie d’avanguardia, battaglie di progresso e libertà.

Gli “scienziati”, contrariamente a quello che sembrerebbe naturale pensare, sono nella maggior parte dei casi conservatori, non puntano a raggiungere nuove frontiere per la ricerca scientifica – e quindi per il benessere e la salute di tutte e tutti gli esseri senzienti –, svolgono il loro compitino, sperimentano e pubblicano ricerche che solo in bassissima percentuale portano effettivamente a nuove cure.

Se domani, come dicevo, si abolisse totalmente la ricerca che sfrutta gli animali, per i malati di oggi, di domani, di dopodomani, non cambierebbe assolutamente nulla. E per quelli futuri? Beh, per quanto riguarda quelli futuri, abbiamo ragione di credere che potrebbero beneficiare delle scoperte della ricerca senza animali. Com’è che si dice? “La necessità aguzza l’ingegno” – sarebbe più semplice sperimentare su esseri umani, ma visto che non è eticamente accettabile, s’è pensato di sperimentare su animali non umani; bene, se da domani non fosse più eticamente accettabile torturare animali non umani, le menti eccelse si applicherebbero per scoprire nuovi metodi utili a produrre i risultati desiderati.

mouseMi direte che abbandonare di netto la sperimentazione animale significa buttare nella spazzatura anni e anni di ricerche, buttare tempo-soldi-lavoro, magari a un passo dal raggiungimento dell’obiettivo. Bene, potrei darvi ragione, potremmo abolire l’utilizzo di animali per tutte le nuove ricerche e magari per le ricerche ancora ben distanti dal produrre un risultato, in modo che i malati di oggi, domani e dopodomani non si sentano presi in giro. Come prima: per i malati del futuro sarà invece naturale – come è per noi naturale oggi che, anche se sarebbe effettivamente utile, non si sperimenta sugli orfani – partire dal presupposto che le nuove cure arriveranno e saranno il prodotto di una ricerca che non sperimenta su animali non umani.

«Chi è contro la sperimentazione animale, dovrebbe smettere di assumere medicinali, di curarsi e di andare in ospedale» – questa è l’argomentazione che, con arroganza, viene sbandierata dai sostenitori della sperimentazione animale, con l’intenzione di mettere in difficoltà gli abolizionisti. Anche il prof. Silvio Garattini, strenuo difensore della sperimentazione animale, proprio qualche giorno fa, rispondendo alle critiche di alcuni attivisti antivivisezionisti, con il sorriso di chi ha scoperto – questa volta sì! – l’acqua calda, ha ripetuto questo mantra. La banalità dell’argomentazione è facilmente dimostrabile: utilizzare medicine già in commercio non crea nuova sofferenza, non richiede la tortura e la morte di altri animali. Anzi, rifiutare oggi le cure esistenti, sarebbe come sputare in faccia a tutti gli esseri che abbiamo fatto soffrire e ucciso per ottenerle. Diversamente da quello che i ricercatori pro-sperimentazione animale credono, chi si batte per l’abolizione di questa pratica, non è necessariamente un fanatico irrazionale che si muove secondo logiche talebane e “brucia” la conoscenza prodotta con metodi che non condivide. Molto semplicemente, quello che è stato fatto fino ad oggi – con un metodo violento e inaccettabile – c’è, ed è un patrimonio prezioso, ma da domani tutte le nuove scoperte dovranno necessariamente passare per strade diverse. Strade nuove, che non prevedano tortura, sofferenza a morte.

Promuovere la libertà della ricerca scientifica, dovrebbe voler dire proprio questo – lottare per il superamento di metodi che danno la morte (ad animali non umani) in nome di un futuro presunto miglioramento della qualità della vita (di animali umani).


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Chiuso per droga. Questa volta è toccata al Cocoricò


Cocoricò chiuso per droga dal 25 agosto al 15 settembre. Salteranno così 3 delle date più importanti della stagione: Ricardo VillalobosLuciano e Carl Cox.
Ritirare la licenza ai gestori e chiudere un locale perché alcuni clienti spacciano o consumano droga al suo interno è ovviamente senza senso. Non c’è bisogno di spiegare perché ritenere il “provvedimento necessario per tutelare la salute dei giovani” sia un evidente segno di mancata comprensione del problema. In due parole: se voglio sfondarmi di MDMA lo faccio pure per strada.

Quella che fa riflettere è invece la posizione che i gestori dei locali tendono a prendere nei confronti della questione “droghe”.

Cari gestori, cari artisti, cari imprenditori del mondo della notte,
perché – invece di leccare il culo alla questura, che tanto poi ve lo caccia nel culo come e quando vuole – non scendente in campo, in prima linea, per la legalizzazione delle sostanze stupefacenti, per avere finalmente in commercio sostanze sicure e controllate e non più schifezze preparate da qualche piccolo chimico improvvisato in qualche scantinato di periferia?!

“Collaborare” con la polizia non vi salva dalla chiusura e non vi aiuta a migliorare l’opinione che hanno di voi i benpensanti di merda. Negare la stretta relazione tra musica elettronica e sostanze psicoattive è altrettanto inutile. Basta ipocrisia, metteteci la faccia, tornate a scandalizzate i moralisti – come è giusto che sia! La vostra possibilità di raggiungere centinaia di migliaia di giovani e meno giovani è indispensabile per lanciare una campagna antiproibizionista vincente.

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P.S. finché non si muovono proprietari e gestori, non sarebbe una cattiva cosa se clubber e amanti del mondo della notte iniziassero a darsi da fare! Le libertà nessuno ce le regalerà mai, al massimo ce le porteranno via, una dopo l’altra. Volete restare a guardare?! IO NO!


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Tu, giovane, sei un pirla!

Tu, giovane, tu, che hai meno di 40 anni – perché la giovinezza ormai è come l’aperitivo del venerdì, non finisce mai –, sei un pirla, sei un pirla e mi dovresti ringraziare, perché ora, grazie a me, lo sai! Sei stato avvertito! Sei tecnicamente – senza offesa – un pirla. Certo, sto generalizzando, ma il mio fiuto mi dice che le probabilità che tu, giovane, sia un pirla, sono alte, altissime. Quindi sì, tu giovane, sei un pirla. Forse ti starai chiedendo perché, o forse no, probabilmente stai continuando a smanettare serenamente sul tuo tabletperché i pirla, si sa, non si fanno troppe domande. Se te lo stai chiedendo, la tua curiosità sarà presto soddisfatta, ti risponderò – ringraziami!

“la politica non mi interessa”, “fanno tutti schifo”, “non me ne frega un cazzo”, “per me possono fare quello che vogliono”, “io vivo comunque”, “la gente non conta nulla”, “fanno quello che vogliono”, “non credo nella politica”, “comandano sempre loro”, “in Italia i giovani vengono messi da parte”, “non ho tempo”, “tra studio e lavoro non ce la faccio”.

Ora dimmi, giovane, hai mai pronunciato o pensato una o più di queste frasi? So che l’hai fatto! Se non l’avessi fatto non saresti un pirla, ma già sappiamo che lo sei, quindi non ci sono dubbi, queste frasi ti appartengono e – ammettilo! – ti sei sentito alternativo, pronunciandole baldanzosamente al bar, davanti ad una birra, insieme ad altri pirla come te, sbaglio?!

Ok, fino a qui ci siamo, questo è il tuo pensiero. Mi dirai che non ho il diritto di chiamarti “pirla” solo perché non ti interessa la politica, mi dirai che tu hai molti altri interessi – ok, ti credo sulla parola, hai molti interessi, ma non elencarmeli, ti prego, altrimenti sarò probabilmente costretto a considerarti ancora più pirla e non è quello che voglio! – e che così facendo ti manco di rispetto.

Non temere, ora ti spiego perché, con disinvoltura, ti ho detto che sei pirla. Per pigrizia fai finta di non capire che la politica regolamenta ogni aspetto della tua vita – da quello più banale a quello più grave e importante. Nulla sfugge alla politica, pensaci, chi decide quante e quali tasse dovrai pagare? Chi decide l’aliquota iva che pagherai acquistando le schifezze che mangi e i vestiti che indossi? Chi decide cosa è lecito e cosa illecito fare? Chi decide quali sono le sanzioni per chi non rispetta la legge? Chi decide come e quando e quanto puoi lavorare? Chi decide dove puoi parcheggiare? Pensaci, potrei andare avanti all’infinito, non fare finta di non capire! Il sistema “democratico” – nonostante i difetti e le criticità che presenta – conferisce anche a te il potere di concorrere alla “stesura delle regole”, ma tu decidi di non giocare, decidi di essere schiavo, schiavo non perché sottomesso con la violenza, ma schiavo per tua volontà e quindi “pirla”. Capisci ora perché sei pirla? Sei pirla perché sei schiavo, perché decidi volontariamente che siano altri a gestire la tua vita e tu? Tu stai a guardare. Quanto vale uno schiavo? Quanto vali? Quanto vale un pirla? Te lo sei mai chiesto?

Ok, puoi insistere dicendo che è legittimo che alcuni non si occupino di politica – la democrazia è anche questo, no?! Certo! La democrazia è anche questo, non c’è dubbio che la democrazia sia un sistema imperfetto, che svolge però perfettamente un compito: quello di dividere gli esseri umani predisposti alla schiavitù dalle Persone libere. Capisci? Ti sento dire spesso che in Italia i vecchi non lasciano mai il posto ai giovani e le cose non cambiano mai, ma ti sei mai chiesto cos’hai fatto per conquistare quel “posto” e per cambiare quelle “cose” che non ti piacciono? Credi che saranno gli altri a fare tutto per te? Stocazzo! Perché ALTRI dovrebbero fare quello che TU ritieni necessario, buono e giusto? Perché non lo fai TU? Perché ti lamenti se altri fanno le leggi (e vengono pagati per questo), quando tu non sai nemmeno come si fa a presentare un lista alle elezioni? TU devi conoscere le regole del gioco e soprattutto DEVI GIOCARE! Devi lottare, devi attivarti, devi impegnarti, devi sporcarti le mani – di sicuro non sarà tra un aperitivo del cazzo e una scopata che riuscirai a raggiungere i tuoi obiettivi!

Si, le tue scuse le conosco, devi giocare a calcetto, devi andare in palestra, devi guardare la partita, devi fare il torneo di PES con gli amici, devi andare a una festa di laurea – lo so, a te non interessa quella festa, è la tua ragazza che ti ci trascina, lei con la politica si annoia! Pirla, non dare la colpa ad altri, sei pigro, sei menefreghista e ti sei scelto una compagna inutile e schiava come te! Le Persone libere non si mescolano con gli schiavi! Non dovresti dire “non ho tempo”, dovresti dire piuttosto “sono troppo pirla per usare un po’ del mio tempo tentando di impedire che altri decidano sempre per me”.

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Ma poi non lo vedi che sei banale pure nella scelta delle attività che ritieni divertenti? La palestra, l’aperitivino, la cena e poi – per finire, tripudio di merda! – il localino chic. Sprechi il tuo tempo libero facendo 10.000 cose che puzzano di banalità lontano un chilometro – e almeno un pochino te ne accorgi, ne hai il sentore, sbaglio?! Quell’agenda fitta di impegni è la conferma della tua insoddisfazione, riempi la voragine della tua inutilità con 10.000 banalità! Ma sì, costa fatica uscire dal vortice della mediocrità, ma ne vale la pena, dammi retta! Ricerca e seleziona le attività, non adeguarti a quello che ti viene presentato sul vassoio di merda mediatica! L’hai mai ascoltata un po’ di musica underground? Sei mai stato a un after? L’hai mai ascoltato il maestro Danny Krivit? Te ce porto a sentillo!

Lo so, lo so, hai voglia di prendermi a pugni. Ti capisco! Hai appena scoperto di essere uno schiavo – e devi pure ringraziami, è solo grazie a me se ora lo sai!

Ahh, quasi scordavo, ho una buona notizia per te! Puoi spezzare le tue catene e DIPENDE SOLO DA TE – oddio, visto che sei un pirla, non so se il fatto che dipenda solo da te sia una buona cosa, ma tralasciamo, è meglio! Vorrei dirti “provaci”, ma il maestro Yoda non ne sarebbe felice e nessuno qui vuole far girare le scatole a quel piccoletto – giusto?! Quindi fallo, cazzo, fallo!


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Radicali a Verona. Che fare?

531719_10200845385964874_272293549_nIn questi mesi a Verona abbiamo messo tra parentesi la difficile situazione dell’Associazione Radicali Verona per concentrarci sulla campagna referendaria. Credo sia però importante riflettere anche sul “dopo”, perché il tempo vola e a settembre saremo molto probabilmente costretti a prendere atto (a meno che non accada un miracolo, in ogni caso compiuto da altri: PDL) del non raggiungimento della quota di 500.000 firme e del fallimento della campagna referendaria. Nonostante la brutta botta, non dovremo però perdere l’entusiasmo e dovremo trovare nuovi obiettivi utili a dare – indipendentemente da quello che succederà a Roma – un senso all’esistenza non solo dell’Associazione, ma anche del “gruppo” radicale veronese. Distinguo tra “associazione” e “gruppo”, perché molti – probabilmente la maggior parte – dei compagni che in questi mesi si stanno impegnando nella raccolta firme, non sono iscritti all’Associazione Radicali Verona. La mia speranza è ovviamente che, una volta terminata la campagna referendaria, queste persone continuino ad essere presenti, per questo credo sia importante capire o tentare di capire “dove vogliamo andare”. È evidente che senza progetti è difficile tenere insieme un gruppo eterogeneo di persone, eppure individuare “qualcosa da fare” non è funzionale solo alla mera esistenza di un nucleo radicale a Verona, la “presenza radicale” non è fine a se stessa, ma è di vitale importanza per la cittadinanza, perché sappiamo bene che se di certe questioni non ce ne occupiamo noi, non se ne occupa nessuno. È evidente e naturale pure che non siamo costretti a tenere in vita l’Associazione, si può essere presenti anche come tante (si spera!) individualità che si incontrano, individuano degli obiettivi e lavorano insieme per raggiungerli. Pur essendo individualista-fino-al-midollo, ritengo che la seconda strada complichi parecchio le cose: organizzarsi, coordinarsi, dividersi i compiti e avere dei punti di riferimento è importante, non per motivi metafisici, ma molto semplicemente perché “semplifica le cose” e permette di risparmiare tempo ed energie, oltre ad assicurare – spesso e volentieri – risultati migliori. Nel 2010, quando abbiamo dato vita all’Associazione, la nostra intenzione era proprio questa: mettere a disposizione dei radicali veronesi uno strumento che consentisse di ottimizzare l’attività politica. Ci siamo riusciti? A distanza di 3 anni, devo dire che i risultati non sempre sono stati soddisfacenti. Lo scorso anno, nonostante un discreto numero di iscritti (30), poche persone hanno garantito una presenza militante attiva; quest’anno la situazione è pure peggiorata, il numero di iscritti si è quasi dimezzato (ad oggi sono 17) e – come ho accennato sopra – sono pochi gli iscritti che si sono resi disponibili in questi mesi per la difficile campagna referendaria. Questo sancisce forse l’inutilità dell’Associazione? È forse meglio che ognuno faccia il “radicale libero”, contattando se e quando capita gli altri, al fine di mettere in piedi anche a Verona iniziative di mera testimonianza, rispondendo alle sporadiche chiamate di Roma? Come ho detto poco sopra, non credo, io sono convinto che l’Associazione sia un ottimo strumento e spero che le persone – vecchie e nuove – che si sono avvicinate grazie ai referendum, decidano di restare e di iscriversi, senza ovviamente – ma non dovrebbe essere necessario ricordarlo – nessun vincolo: fare parte dell’Associazione non significa sopprimere la propria individualità: la situazione creatasi con la presentazione della lista AGL ne è la prova: ognuno, iscritto o meno all’Associazione, ha agito liberamente e senza essere ostacolato dalle compagne e i compagni che hanno fatto una scelta differente. Con questo spirito io spero che L’Associazione possa non solo continuare ad esistere, ma rinascere e crescere anche grazie all’apporto di tutte le persone che spontaneamente si sono avvicinate e hanno iniziato o ripreso la militanza in occasione della campagna referendaria. A settembre ci aspetta l’assemblea annuale, il nostro piccolo congresso, e sarà bene che tutte e tutti riflettano e arrivino a quell’appuntamento con le idee ben chiare. Una delle questioni principali che dovremo affrontare riguarda la posizione dell’Associazione rispetto a Radicali Italiani: il segretario e il tesoriere dimissionari non sono iscritti al movimento nazionale, il che significa che formalmente abbiamo già perso il riconoscimento da parte di Radicali Italiani. Personalmente credo che l’Associazione possa lavorare bene anche senza il riconoscimento romano, starà poi a noi, come gruppo, decidere di volta in volta a quali campagne nazionali aderire e a quali no – ferma restando la libertà di ciascuno di muoversi come meglio crede. Poi naturalmente sarà fondamentale decidere “cosa vogliamo fare” noi, a Verona – cosa possiamo fare concretamente con le nostre forze, come rendere “utile” la presenza radicale a Verona. Mi è piaciuta la proposta-provocazione-sfida, lanciata dal nuovo compagno Adriano R., “100 iscritti il prossimo anno”, con la speranza che almeno ¼ di questi passi poi dalla semplice iscrizione alla militanza attiva e puntando molto anche sulla peculiarità tutta radicale della “doppia tessera”. Forse è vero, un’Associazione che si presenta come “rappresentate di 15 persone” è meno attraente, si pone come soggetto debole nei confronti dei cittadini, degli interlocutori politici e della stampa locale. La democrazia è fatta – anche – di numeri e, forse, dovremmo mettere da parte la nostra presunzione radicale di essere sempre e comunque i migliori, anche se – anzi, proprio perché! – nessuno ci segue e ci sceglie. E allora sarà necessario elaborare insieme un’idea capace di catalizzare l’attenzione delle cittadine e dei cittadini veronesi e costruire così, attorno al nuovo progetto, l’Associazione Radicali Verona del 2014, con i suoi 100 iscritti. Se questa strada si dimostrerà fallimentare, non ci costerà nulla tornare a quello che siamo oggi, ma credo valga le pena tentare. Pensiamoci!

P.S. intanto iscrivetevi, è facile, basta cliccare QUI e cacciare i quattrini!


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L’autodeterminazione dei popoli passa per l’autodeterminazione degli individui


Martedì 30 luglio il Consiglio Regionale Veneto si è riunito
per discutere la possibilità di indire un referendum consultivo per l’indipendenza del Veneto. Il tutto s’è concluso con un nulla di fatto, l’ormai famosa “proposta di legge 342” non è stata messa ai voti e gli interventi che si sono susseguiti durante le 4 ore di dibattito non hanno aggiunto nulla di nuovo rispetto alle posizioni già note dei singoli consiglieri e dei vari partiti.

bandiera san marcoSe mi chiedessero “Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica indipendente e sovrana?”, la mia risposta quasi sicuramente sarebbe “sì”. Quando mi capita però di ascoltare o leggere le parole di molti indipendentisti, mi sento non poco a disagio e sono combattuto: se il primo pensiero che mi passa per la testa è infatti “minchia, con questi si passa dalla padella alla brace”, subito dopo non posso non avvertire la vicinanza tra le istanze indipendentiste e il mio costante, ossessivo, desiderio di libertà.

La perplessità è dovuta probabilmente al non chiaro concetto di libertà propugnato da molti sostenitori dell’indipendenza . Non mi è chiaro se il loro obiettivo sia liberarsi dall’opprimente e tecnicamente criminale Repubblica Italiana, per poi sottomettersi ad un’altra altrettanto opprimente Repubblica Veneta. Vorrei insomma capire che fine fa l’individuo nella società del futuro sognata dagli indipendentisti.

Per me, individualista e libertario, il principio di autodeterminazione dei “popoli”, garantito dalle convenzioni internazionali, è un diritto fondamentale che deriva dal diritto all’autodeterminazione degli individui. Sempre per quanto mi riguarda, concetti come “popolo”, “cultura”, “tradizione”, sono utili nello studio dell’antropologia e della storia, ma non dovrebbero mai costituire le linee guida delle azioni politiche e, tanto meno, dovrebbero essere i pilastri di un ordinamento istituzionale. È vero, l’ONU fa riferimento a questi concetti fumosi per sancire il diritto all’autodeterminazione, nulla vieta però di utilizzarli come grimaldello per liberarsi dagli stati ottocenteschi, senza poi porli alla base delle nuove repubbliche. A me interessano le persone e le loro libere scelte, gli individui e i loro contratti – indipendente dal colore, dalla lingua, dall’abbigliamento, dalla cultura, dall’orientamento sessuale, dalla religione. Mi interessa che rispettino poche e semplici regole, basta leggere J. Locke, nulla di più.

Capita spesso che gli indipendentisti, parlando della “cultura veneta”, pongano la “tradizione cristiana” come perno della società veneta e mi chiedo allora quale sia il vero obiettivo di questi signori: una società libera, incardinata sulle libertà degli individui o uno Stato (etico) Veneto, dove l’individuo non conta nulla e quella che viene salvaguardata è una fantomatica identità collettiva – magari storicamente accertata? “Popolo” è un nome collettivo che designa un’entità astratta, alla quale è insensato attribuire dei diritti. Tra persone che incidentalmente si trovano a condividere lo stesso territorio, si sviluppa una cultura (e una lingua) prevalente – mai universalmente condivisa, i gruppi sociali non sono mai omogenei, nonostante si parli erroneamente di “cultura comune” – e costituiscono quello che semplificando viene definito “popolo”, ma gli elementi culturali prevalenti non possono essere tradotti in legge – se non con la violenza anti-individualista. Altro errore che a mio avviso commettono molti indipendentisti è quello di rivendicare l’indipendenza in base ad accadimenti storici che reputano “ingiusti” nei confronti del “popolo veneto”. Questo approccio è insensato perché, prendendo come riferimento un qualsiasi periodo storico, chiunque potrebbe avanzare diritti nei confronti di chiunque, del resto la storia è fatta di guerre e conquiste – sicuramente considerate illegittime dalla fazione sconfitta.

Il buon politico conosce la storia, la cultura e la tradizione, ma agisce senza scordare che i presunti valori di un passato mitologico non possono e non devono mai essere utilizzati per plasmare la “società ideale” – delirio di ogni totalitarismo che, nel perseguire il proprio folle intento, non può che cancellare ogni individualità non conforme al progetto.

Le amiche e gli amici indipendentisti mi perdoneranno se vado a toccare tematiche sociali che vengono definite “eticamente sensibili” dai campioni dell’autoritarismo statalista e moral-perbenista. Di queste tematiche è meglio parlarne, non sono argomenti delicati né tanto meno difficili. Difficilmente comprensibile è, al limite, l’irrazionalità di chi pretende, in nome di dogmi politico-religiosi, di innalzare a Legge la propria visione del mondo. Eutanasia, sostanze psicoattive, aborto, sessualità/affettività, prostituzione, OGM, libertà d’impresa – giusto per citare le questioni più “calde”. Che cosa farà la Nuova Repubblica Veneta? Pretenderà di regolamentare ogni aspetto della vita dei cittadini, o lascerà decidere a ciascuno come vivere, morire, amare, lavorare? In una società libertaria possono convivere integralisti cattolici, libertini nichilisti, talebani, atei razionalisti e chi più ne ha più ne metta. Ognuno può vivere seguendo le fantasticherie che preferisce, con l’unico intuitivo limite dell’inviolabilità della libertà e della proprietà altrui. Non “sembra semplice”, “È semplice”. È intuitivo, è naturale. Non semplice, contro-intuitivo e innaturale è invece il modello di pressoché tutti gli Stati contemporanei, incentrato su iper-regolamentazione e controllo totale della società.

Quali vantaggi trarrebbero le cittadine e i cittadini sostituendo l’opprimente Repubblica Italiana con una altrettanto opprimente Repubblica Veneta? Assolutamente nessuno, anzi, le situazione potrebbe pure peggiorare: se nelle evidenti falle della burocrazia italiana si aprono degli spazi di libertà, una puntualissima ed efficientissima macchina amministrativa veneta sarebbe un vero e proprio tribunale dell’inquisizione. Chi sposa la causa indipendentista, vuole uno stato leggero, non un opprimente tassatore, vuole un buon amministratore al quale delegare poche questioni e non un onnipresente “buon padre di famiglia”, “padre padrone”, sempre pronto a decidere per tutti – con tono moralista – cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa si può fare e cosa non si può fare.

Insomma, care e cari indipendentisti, sta a voi scegliere, lavorate per costruire un campo di concentramento statalista e teocratico o per dar vita ad un paradiso libertario? Nel primo caso, per quanto mi riguarda, mi tengo (mal)volentieri il maldestro inquisitore e rapinatore italiano; nel secondo, sono radicalmente con voi.


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Referendum 2013. Se non cambiano loro, Cambiamo Noi!

Dodici referendum, oltre 500.000 firme in 90 giorni, ecco il nostro obiettivo. Pazienza se è estate, se fa caldo, se i talk-show vanno in vacanza. Pazienza se tanti cittadini, schifati dal sempre più evidente degrado istituzionale, non hanno proprio voglia di sentir parlare di politica. Noi radicali, si sa, siamo un po’ pazzi, ma non è solo questo che ci spinge a lanciarci oggi in un’impresa che sembra essere impossibile. In tanti anni di battaglie a difesa delle libertà individuali e dei diritti civili, abbiamo sempre giocato il possibile contro il probabile e qualche volta – chi l’avrebbe mai detto?! – ce l’abbiamo pure fatta. Abbiamo sempre voluto essere portatori di speranza, speranza di cambiamento, speranza di libertà. Oggi, esattamente con questo spirito, lanciamo una campagna referendaria che è un vero e proprio programma di governo incentrato su tematiche fondamentali che il Parlamento non affronterà mai. Dalla riforma strutturale della giustizia, ai diritti civili e umani, passando per una serie di questioni sociali irrisolte, lanciamo una sfida al mondo della politica e chiediamo alle cittadine e ai cittadini di essere, ancora una volta, al nostro fianco in questa battaglia. Se loro non cambiano, Cambiamo Noi!

referendum radicali

A conferma dell’urgenza delle riforme che proponiamo, ci sono le continue condanne che il nostro Paese riceve dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per l’irragionevole durata dei processi e per il trattamento disumano riservato nelle carceri ai detenuti – compresi quelli in attesa di giudizio. In passato, la Corte ha condannato l’Italia per i respingimenti dei migranti in mare e, in questo caso, un riconoscimento importante alle nostre proposte arriva indirettamente nell’auspicio di politiche più accoglienti, espresso da Papa Francesco in occasione della recente visita a Lampedusa. Sempre il Santo Padre, con l’abolizione dell’ergastolo in Vaticano, ha dato un altro forte segnale di vicinanza alle nostre battaglie, dato che uno dei 12 quesiti tratta proprio questo tema.

Segno della trasversalità della campagna è il fatto che siano arrivati apprezzamenti e sostegno – a tutti o ad alcuni quesiti – da esponenti di quasi tutti i partiti. TV e giornali sembrano non considerare degna di essere conosciuta una mobilitazione così ampia, tocca allora alle cittadine e ai cittadini attivarsi! Come? Firmando e facendo firmare ai tavoli nelle piazze o negli uffici dei comuni, parlando dei referendum a parenti, amici e conoscenti, mettendo a disposizione qualche ora del proprio tempo per dare una mano ai tavoli di raccolta firme o donando un piccolo contributo per le spese della campagna referendaria.

Un appello ai consiglieri comunali. Come è noto, le firme devono essere raccolte in presenza di un funzionario pubblico autorizzato ad autenticarle. I consiglieri degli oltre 8000 comuni italiani svolgono un ruolo chiave nell’attivazione dell’istituto referendario, costituiscono oggi il vero e proprio ago della bilancia della democrazia. Noi chiediamo loro di rendersi disponibili, perché è vero che nessuno è costretto ad autenticare le firme, ma per chi fa politica con spirito di servizio dovrebbe essere un piacere, indipendentemente dal partito di riferimento, mettersi a disposizione delle cittadine e dei cittadini che chiedono semplicemente di poter prendere parte attivamente alla vita politica del Paese. Se in tanti decidessero di impegnarsi, potremmo quasi rischiare di farcela!

Ora tocca a Te! Puoi continuare a lamentarti e non fare nulla per cambiare le cose, oppure decidere di divenire portatore di speranza ed essere parte del cambiamento! Ti aspettiamo!

Mattia Da ReCoordinatore Radicali Verona
www.radicaliverona.org / www.referendumradicali.it
mail radicalivr@gmail.com / cel 3494669648


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le 100 candeline di Priebke e la festa dei valori dell’antifascismo in salsa pop

Sabato ho pubblicato sulla mia bacheca facebook una notizia che riportava la polemica sollevata da antifascisti, partigiani, esponenti della comunità ebraica e politici di centrosinistra a causa della presunta festa di compleanno di Erich Priebke, ex ufficiale delle SS condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine.
Il mio commento all’articolo – “Posso dire una cosa? Questi “partigiani” hanno rotto il cazzo, massimo disprezzo per loro (e per la comunità ebraica, va bene che il loro Dio non conosce il perdono, ma uno sforzo potrebbero farlo). Cosa deve fare questo vecchio?! Ammazzarsi per rendere felici 4 comunisti? Rompere i coglioni a un vecchio è semplicemente da idioti.” – ha innescato un vivace dibattito (o un battibecco?) tra me e alcuni miei contatti FB, poi purtroppo ho dovuto abbandonare il campo a causa di un impegno. Vista l’importanza dell’argomento, credo siano necessarie alcune precisazioni che spero possano essere spunto di riflessione per chi avrà voglia e tempo di leggere questo papiro.

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Le accuse che mi sono state mosse, possono essere riassunte più o meno così: non conosco la storia, sono un insensibile senza tatto, tratto con leggerezza e arroganza temi delicati, i miei nonni erano fascisti, sono antisemita, sono violento, me devo da ripijà e sono pure stronzo.

Rispondendo disordinatamente alle varie critiche, proverò a mettere un po’ d’ordine.

Ho usato il termine “idiota” (persona considerata di scarso intelletto), per descrivere chi – a distanza di 70 anni dalla guerra – si straccia le vesti perché un vecchio di 100 anni è libero di prendere, di tanto in tanto, una boccata d’aria per strada e forse festeggerà il compleanno. Ho fatto presente che queste persone (partigiani, politici di centrosinistra, esponenti della comunità ebraica), con le loro polemiche, mi hanno “rotto il cazzo” – è legittimo, no? – e, per l’incapacità di superare l’odio e il desiderio di vendetta, suscitano in me disprezzo. Per questo sono stato definito violento, insensibile e stronzo: se avessi scritto “lurido porco nazista, devi morire, figlio di puttana”, probabilmente nessuno avrebbe notato violenza e insensibilità nelle mie parole – fanno scuole le canzoni partigiane che ancora oggi vengono cantate alle feste “de sinistra”. Del resto, vi siete mai chiesti come mai siamo costretti a pagare la scorta a Priebke? Brutta bestia l’odio, no?! Pure il nipote che andava a trovarlo per il compleanno hanno aggredito, questi ebrei antifa!

Successivamente, rispondendo ai commenti, ho chiesto cosa dovrebbe fare questo vecchio, “dovrebbe forse ammazzarsi?”, mi è stato risposto di no, anche se la sua presenza sarà sempre e comunque ingombrante e di troppo. “E la funzione rieducativa della pena? E il reinserimento nella società? Per lui tutto questo non vale?” Semplicemente no, mi è stato detto. Bene, ne prendo atto. Proseguendo, ho fatto presente che la guerra è di per sé violenza, morte e crimine e che il popolo italiano era ben felice di entrare in guerra, finché poi non s’è messa male e molti soldati fascisti, scoprendosi antifascisti, sono diventati partigiani. Ho ricordato poi che molti partigiani erano socialisti sovietici e rispondevano a un regime non meno autoritario di quello fascista. Per queste osservazioni m’è stato detto che non conosco la storia e m’è stato consigliato un libro che ho già letto e che non considero nemmeno il migliore sull’argomento. Quindi se una persona crede che la storia dovrebbe essere studiata, conosciuta e mai dimenticata, ma è parimenti convinta che non dovrebbe essere usata come argomento politico, e che dovrebbe piuttosto servire per aumentare la consapevolezza di ciascuno e far sì che le tragedie del passato non si ripetano, ma mai e poi mai dovrebbe essere utilizzata per riproporre le contrapposizioni violente del passato, viene liquidata come ignorante – e stronza! Va bene, non è un problema!

Mi è stato fatto notare che il popolo italiano non era fascista, che molti «erano costretti ad esserlo altrimenti venivano perseguitati, arrestati, si beccavano le purghe». Possiamo quindi dire che non tutti erano intimamente convinti dell’ideologia fascista, possiamo affermare che molti “non erano fascisti, ma facevano i fascisti”. Ora, al di là delle analisi psicologiche sull’adesione al fascismo, il fatto che una persona fosse fascista per convinzione o si comportasse a tutti gli effetti da fascista “per convenienza”, non fa alcuna differenza – al limite, nella seconda delle ipotesi, mi fa etichettare questa persona come “idiota” (come sopra, persona di scarso ecc).
Henry David Thoreau, uno dei pensatori a me più cari, si fece arrestare per non aver pagato la tassa che avrebbe finanziato la guerra tra USA e Messico, da lui ritenuta ingiusta. Ci furono italiani che persero il lavoro e vennero arrestati o uccisi, pur di non aderire al fascismo. Questi sono gli unici antifascisti, gli altri sono personaggi mediocri che senza pensarci troppo sono salatati sul carro del vincitore; e chi di noi non ha un parente che per “convenienza” ha fatto la tessera del partito fascista? Chi di noi non ha un bisnonno, un nonno, un padre che, senza nemmeno chiedersi “perché”, ha imbracciato il fucile ed è andato a combattere in Russia, in Grecia, in Africa e là ha sparato, ammazzato, magari stuprato – non lo sapremo mai –, persone innocenti, soldati che difendevano – loro sì! – la famiglia. Molti di questi soldati italiani erano pure socialisti, liberali, cattolici, tantissimi di loro diventarono poi partigiani, antifascisti militanti. Che dobbiamo dire di queste tutte queste persone? Non furono proprio tutte e tutti loro a dari vita, di fatto, al mostro fascista?! Erano semplicemente uomini e donne del loro tempo, persone mediocri, come tante, probabilmente come noi o molti di noi. Perché ci fa così paura ammetterlo? Perché sentiamo la necessità di giustificarli e di spiegare che “non erano fascisti”? Forse perché, noi, demokratici come siamo, i fascisti – quelli veri! – li vogliamo vedere morti? Dobbiamo forse lavare la coscienza collettiva del clan, della famiglia, della tribù, del Paese intero? Il nazista “impunito”, ormai centenario e inerme, incarna il demone da abbattere, il mostro che ci permette di distinguere le nostre origini dal male assoluto? Io, da individualista libertario, rispondo solo delle mie azioni, non mi preoccupo di quello che hanno fatto o pensato i miei nonni e bisnonni. Ho parenti fascisti che mi hanno raccontato una storia diversa da quella reale? Non più di ognuno di voi e di noi, il padre di mio nonno paterno perse il lavoro – con otto figli da sfamare – pur non di non prendere la tessera fascista; il nonno materno, socialista, uomo mediocre del suo tempo, andò in guerra, poi venne imprigionato in Germania dopo l’armistizio, sua moglie, mia nonna, come tante donne italiane lavorò in una fabbrica bellica, aveva la tessera fascista, forse non sapeva nemmeno di preciso cosa significasse, forse non si era mai posta il problema, uno dei suoi fratelli morì in Russia. Erano o non erano fascisti? Difficile dirlo, sicuramente non ebbero la forza di opporsi, sicuramente obbedirono, eseguirono gli ordini sempre e comunque, esattamente come il mostro Priebke – questa fu sempre la sua linea difensiva –, queste erano le persone “comuni” in quegli anni. Non ho bisogno né di purificare e santificare la loro memoria, né sento la necessità di processare all’infinito la storia, mettendo alla sbarra nuovi – e vecchi – fascisti, per rendere giustizia ai martiri partigiani e produrre nuovi antifa (lol). L’unica necessità che sento è quella di agire e di impegnarmi perché la violenza venga universalmente abbandonata, per sempre.

Non mi appartengono le logiche della vendetta e del rancore. Logiche che, come ho detto, mi fanno disprezzare chi le ripropone in nome dei valori dell’antifascismo – o meglio, in nome della mistificazione dell’antifascismo: l’“anti” non esprime mai “valori”, è piuttosto segno di una necessità di fronte a una contingenza, superata la quale dev’essere abbandonato, per non divenire la drammatica caricatura delle idee che esprime. Io mi rifiuto di stare al gioco dei “buoni contro i cattivi”, io voglio superare queste contrapposizioni e non ho paura di dire che disprezzo i partigiani e addirittura i rappresentati della comunità ebraica che, in nome delle sofferenze del passato, pretendono di tenere vivo l’odio oggi. Gli ebrei, che tanta importanza danno al concetto di “popolo”, proprio perché hanno vissuto sulla pelle dei propri avi (notate nulla di strano? “Hanno vissuto” – sulla pelle di “altri”) la mostruosità della violenza, dovrebbero essere oggi i primi a non voler mettere in atto nessun genere di violenza. Non importa se il Dio dell’Antico Testamento – spietato vendicatore – non conosce il perdono, in questo caso il perdono e la carità non c’entrano, si tratta di semplice razionalità e buon senso, non è con l’odio che si costruisce un futuro migliore. La sofferenza personale va sempre rispettata ed è comprensibile che la vittima faccia fatica ad essere fredda e razionale di fronte al suo carnefice, ma quante delle persone che hanno subito la violenza nazi-fascista sono ancora in vita oggi? Si smetta di ragionare astrattamente per “famiglie e popoli”, si ragioni per “individui”, gli individui, non i popoli, provano dolore! Odiare una persona che ha fatto parte di una fazione che, 70 anni fa, ha ucciso donne e uomini che – secondo quanto ci è stato detto – facevano parte del nostro “popolo”, è semplicemente insensato. Se mi dicessero che una persona ha ucciso, 70 anni fa, mio bisnonno e ha sterminato l’intera sua famiglia, sinceramente non mi sentirei particolarmente toccato, sono persone che non ho mai conosciuto, non posso che provare per loro un generico dispiacere, quello che si prova per la morte di ogni essere vivente, nulla di più. Dovrebbero forse gli abitanti di Truva, l’antica Troia, odiare oggi i greci, discendenti di chi, nell’antichità, rase al suolo la loro bella città? Non credo di essere insensibile, sono schietto e realista, un essere umano non può provare profondo dolore per la morte di persone che non ha mai conosciuto e che sono morte quasi 100 anni fa. Non posso giustificare la strumentalizzazione del dolore del passato a giustificazione dell’odio di oggi.

Sono antisemita? Non credo, mi sono sempre schierato a favore di Israele – perla di democrazia che brilla in un deserto dominato da regimi teocratici e illiberali. Curioso invece che i partigiani antifa (lol) che ti sputano in faccia se dici che, forse, dopo 70 anni, è inutile prendersela con Priebke, siano gli stessi che inneggiano alla distruzione di Israele e solidarizzano con i nemici del mondo libero.

Proseguendo il botta e risposta, mi sono sentito dire addirittura che, andando avanti così, finirò per negare l’olocausto e che, se fossi giornalista, sarei uno di quelli che chiedono ai parenti delle vittime “lei perdona l’assassino?”. Ora, capisco che quando si discute appassionatamente si possa rischiare di uscire dai binari, ma – per quanto riguarda la prima osservazione – mi sembra abbastanza chiaro che non solo non è mia intenzione negare/minimizzare i massacri e le stragi nazifasciste ma che, al contrario, affermo con forza che quelle violenze – frutto del lato oscuro dell’Umano, con il quale dobbiamo fare i conti – è bene che siano studiate, conosciute, ricordate e – soprattutto – superate. Per quanto riguarda la seconda cazzata (vi offendete se la chiamo così?), non sapremo mai quali domande farei se fossi quello che non sarò mai, ovvero giornalista – uno di quelli che, per vendere più copie e distrarre l’opinione pubblica, sfornano lo scoop del secolo: Priebke centenario a passeggio con la badante e forse festeggerà addirittura il compleanno! Certo è che il perdono qui non c’entra, non solo perché non odiare non vuol dire dimenticare, ma anche perché gli unici a poter perdonare sono gli individui che hanno subito le violenze e, al limite, le persone a loro care. Non le generazioni future, non “un popolo”, non una fazione. Finché non faremo lo sforzo di comprendere che le categorie e i nomi collettivi sono utili solo a facilitare il ragionamento, ma non sono entità concrete, continueranno ad esistere odio, razzismo e discriminazione.

Per concludere, una persona che stimo mi ha fatto presente che certi temi devono essere affrontati in punta di piedi, non come un elefante in cristalleria, perché il dolore e la sofferenza arrecati sono stati troppo grandi per potere scrivere con leggerezza frasi come quelle da me scritte con tono di disprezzo. Queste osservazioni, che possono apparire di “buon senso”, rappresentano esattamente il nocciolo del problema. Le mie parole – frutto di riflessione profonda,  nessuna leggerezza quindi! –, il tono di disprezzo e la delicatezza di un elefante in cristalleria, sono atti politici voluti, che mirano a mandare in frantumi i sacri valori dell’antifascismo in salsa pop, ovvero quei cristalli dogmatici che tendono all’infinita riproposizione delle contrapposizioni, dell’odio e della violenza.

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