La violenza della caccia non è più violenta della violenza dei macelli


Nelle ultime settimane in Veneto molto s’è parlato di caccia, prima grazie all’iniziativa di un gruppo di agricoltori vicentini a tutela della proprietà privata invasa dai cacciatori, poi grazie alla sentenza del TAR che in un primo momento ha ripristinato il rispetto della legalità europea bocciando il calendario venatorio regionale, per poi ritirare la sospensiva, a seguito di un aggiustamento del calendario da parte della regione, fino al 30 ottobre – giorno del pronunciamento definitivo.

L’impressione che si ha ascoltando le persone per strada e leggendo i commenti in rete è che l’opinione pubblica sia largamente schierata contro la caccia, tanto che le uniche voci fuori dal coro sembrano essere quelle dei cacciatori, per il resto la condanna è unanime. La caccia viene solitamente descritta come un’attività violenta – e spesso pericolosa anche per gli umani: dal 1° settembre, tra cacciatori e persone coinvolte casualmente, sono già 9 i morti e 28 i feriti – che esalta l’uccisione di esseri viventi e i cacciatori vengono spesso etichetti come sadici che godono nel procurare la morte di animali indifesi.

Una riflessione è tuttavia necessaria se si considera che tra i detrattori della caccia ci sono – e sono molte – persone che si nutrono abitualmente di carne: è vero, i cacciatori imbracciano il fucile e uccidono senza pietà la preda, ma è forse meno crudele della caccia far nascere e crescere – in una parola “produrre” come se fossero oggetti – vitelli in quei lager che sono a tutti gli effetti gli allevamenti intensivi, per poi mandarli a morire al macello? È forse compassionevole il contadino che nel suo agriturismo accudisce per tanto tempo i maiali e poi alla fine, consacrando quello che è un giorno di festa per la cultura rurale, li sventra in un tripudio di sangue e orrore? Insomma, se cacciatori, piccoli macellai rurali e macellatori “industriali”, essendo tutti a contatto con la morte possono essere messi sullo stesso piano, una disparità c’è sicuramente tra consumatori di animali uccisi, macellati e venduti da altri e chi, come il cacciatore, uccide e mangia la sua preda.

Pochi umani carnivori riuscirebbero a guardare in faccia la morte, ad ascoltare le urla strazianti degli animali morenti e poi banchettare con bistecche e salsicce. Solitamente la carne che si consuma non deve assomigliare nemmeno lontanamente all’animale da cui proviene, spesso viene acquistata a fette o confezionata e magari sull’involucro sono disegnati rassicuranti e sorridenti animali in stile cartoon.
Il consumatore tende insomma a rimuovere dalla sua mente la cruda realtà della morte che si nasconde dietro al cibo che abitualmente divora – la ferma condanna della caccia rientra in questo meccanismo inconscio, chi acquista la carne bella e pronta prende le distanze dal cacciatore, “mostro insensibile che uccide l’animale”. Non ci sono dubbi sul fatto che gli animali non umani soffrano proprio come noi e proprio per questo il dolore e la morte necessari a mantenere l’inutile se non dannosa dannosa – è provato che mangiare animali non è necessario per vivere in salute e che il consumo di carne non è ecologicamente sostenibile – abitudine alimentare vengono rimossi. Nonostante l’empatia tra bimbi e animali non umani sia fortissima, il vizio alimentare si trasmette di generazione in generazione: probabilmente i bambini non mangerebbero animali se non fossero indotti a farlo tramite un processo di normalizzazione del comportamento alimentare che passa anche attraverso l’occultamento della violenza che si nasconde dietro ad ogni pasto a base di carne. Non è un caso se i bambini vengono portati a “vedere le caprette” ma non vengono mai portati a visitare un macello, diverso è invece per i prodotti di origine vegetale: l’uscita didattica prima tra vigneti e oliveti e poi in cantine e frantoi è praticamente una tappa obbligata di ogni percorso formativo.

La rimozione è un meccanismo inconscio, ma chiunque abbia almeno una volta sorriso guardando un animale non può non assumersi la responsabilità di fermarsi a riflettere almeno un minuto su quanto sia ipocrita fare finta di non sapere che tutta la carne che arriva sulle tavole – e non solo quella dei “crudeli cacciatori” – non è certo cresciuta sugli alberi e non può che essere frutto di morte.

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