le 100 candeline di Priebke e la festa dei valori dell’antifascismo in salsa pop


Sabato ho pubblicato sulla mia bacheca facebook una notizia che riportava la polemica sollevata da antifascisti, partigiani, esponenti della comunità ebraica e politici di centrosinistra a causa della presunta festa di compleanno di Erich Priebke, ex ufficiale delle SS condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine.
Il mio commento all’articolo – “Posso dire una cosa? Questi “partigiani” hanno rotto il cazzo, massimo disprezzo per loro (e per la comunità ebraica, va bene che il loro Dio non conosce il perdono, ma uno sforzo potrebbero farlo). Cosa deve fare questo vecchio?! Ammazzarsi per rendere felici 4 comunisti? Rompere i coglioni a un vecchio è semplicemente da idioti.” – ha innescato un vivace dibattito (o un battibecco?) tra me e alcuni miei contatti FB, poi purtroppo ho dovuto abbandonare il campo a causa di un impegno. Vista l’importanza dell’argomento, credo siano necessarie alcune precisazioni che spero possano essere spunto di riflessione per chi avrà voglia e tempo di leggere questo papiro.

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Le accuse che mi sono state mosse, possono essere riassunte più o meno così: non conosco la storia, sono un insensibile senza tatto, tratto con leggerezza e arroganza temi delicati, i miei nonni erano fascisti, sono antisemita, sono violento, me devo da ripijà e sono pure stronzo.

Rispondendo disordinatamente alle varie critiche, proverò a mettere un po’ d’ordine.

Ho usato il termine “idiota” (persona considerata di scarso intelletto), per descrivere chi – a distanza di 70 anni dalla guerra – si straccia le vesti perché un vecchio di 100 anni è libero di prendere, di tanto in tanto, una boccata d’aria per strada e forse festeggerà il compleanno. Ho fatto presente che queste persone (partigiani, politici di centrosinistra, esponenti della comunità ebraica), con le loro polemiche, mi hanno “rotto il cazzo” – è legittimo, no? – e, per l’incapacità di superare l’odio e il desiderio di vendetta, suscitano in me disprezzo. Per questo sono stato definito violento, insensibile e stronzo: se avessi scritto “lurido porco nazista, devi morire, figlio di puttana”, probabilmente nessuno avrebbe notato violenza e insensibilità nelle mie parole – fanno scuole le canzoni partigiane che ancora oggi vengono cantate alle feste “de sinistra”. Del resto, vi siete mai chiesti come mai siamo costretti a pagare la scorta a Priebke? Brutta bestia l’odio, no?! Pure il nipote che andava a trovarlo per il compleanno hanno aggredito, questi ebrei antifa!

Successivamente, rispondendo ai commenti, ho chiesto cosa dovrebbe fare questo vecchio, “dovrebbe forse ammazzarsi?”, mi è stato risposto di no, anche se la sua presenza sarà sempre e comunque ingombrante e di troppo. “E la funzione rieducativa della pena? E il reinserimento nella società? Per lui tutto questo non vale?” Semplicemente no, mi è stato detto. Bene, ne prendo atto. Proseguendo, ho fatto presente che la guerra è di per sé violenza, morte e crimine e che il popolo italiano era ben felice di entrare in guerra, finché poi non s’è messa male e molti soldati fascisti, scoprendosi antifascisti, sono diventati partigiani. Ho ricordato poi che molti partigiani erano socialisti sovietici e rispondevano a un regime non meno autoritario di quello fascista. Per queste osservazioni m’è stato detto che non conosco la storia e m’è stato consigliato un libro che ho già letto e che non considero nemmeno il migliore sull’argomento. Quindi se una persona crede che la storia dovrebbe essere studiata, conosciuta e mai dimenticata, ma è parimenti convinta che non dovrebbe essere usata come argomento politico, e che dovrebbe piuttosto servire per aumentare la consapevolezza di ciascuno e far sì che le tragedie del passato non si ripetano, ma mai e poi mai dovrebbe essere utilizzata per riproporre le contrapposizioni violente del passato, viene liquidata come ignorante – e stronza! Va bene, non è un problema!

Mi è stato fatto notare che il popolo italiano non era fascista, che molti «erano costretti ad esserlo altrimenti venivano perseguitati, arrestati, si beccavano le purghe». Possiamo quindi dire che non tutti erano intimamente convinti dell’ideologia fascista, possiamo affermare che molti “non erano fascisti, ma facevano i fascisti”. Ora, al di là delle analisi psicologiche sull’adesione al fascismo, il fatto che una persona fosse fascista per convinzione o si comportasse a tutti gli effetti da fascista “per convenienza”, non fa alcuna differenza – al limite, nella seconda delle ipotesi, mi fa etichettare questa persona come “idiota” (come sopra, persona di scarso ecc).
Henry David Thoreau, uno dei pensatori a me più cari, si fece arrestare per non aver pagato la tassa che avrebbe finanziato la guerra tra USA e Messico, da lui ritenuta ingiusta. Ci furono italiani che persero il lavoro e vennero arrestati o uccisi, pur di non aderire al fascismo. Questi sono gli unici antifascisti, gli altri sono personaggi mediocri che senza pensarci troppo sono salatati sul carro del vincitore; e chi di noi non ha un parente che per “convenienza” ha fatto la tessera del partito fascista? Chi di noi non ha un bisnonno, un nonno, un padre che, senza nemmeno chiedersi “perché”, ha imbracciato il fucile ed è andato a combattere in Russia, in Grecia, in Africa e là ha sparato, ammazzato, magari stuprato – non lo sapremo mai –, persone innocenti, soldati che difendevano – loro sì! – la famiglia. Molti di questi soldati italiani erano pure socialisti, liberali, cattolici, tantissimi di loro diventarono poi partigiani, antifascisti militanti. Che dobbiamo dire di queste tutte queste persone? Non furono proprio tutte e tutti loro a dari vita, di fatto, al mostro fascista?! Erano semplicemente uomini e donne del loro tempo, persone mediocri, come tante, probabilmente come noi o molti di noi. Perché ci fa così paura ammetterlo? Perché sentiamo la necessità di giustificarli e di spiegare che “non erano fascisti”? Forse perché, noi, demokratici come siamo, i fascisti – quelli veri! – li vogliamo vedere morti? Dobbiamo forse lavare la coscienza collettiva del clan, della famiglia, della tribù, del Paese intero? Il nazista “impunito”, ormai centenario e inerme, incarna il demone da abbattere, il mostro che ci permette di distinguere le nostre origini dal male assoluto? Io, da individualista libertario, rispondo solo delle mie azioni, non mi preoccupo di quello che hanno fatto o pensato i miei nonni e bisnonni. Ho parenti fascisti che mi hanno raccontato una storia diversa da quella reale? Non più di ognuno di voi e di noi, il padre di mio nonno paterno perse il lavoro – con otto figli da sfamare – pur non di non prendere la tessera fascista; il nonno materno, socialista, uomo mediocre del suo tempo, andò in guerra, poi venne imprigionato in Germania dopo l’armistizio, sua moglie, mia nonna, come tante donne italiane lavorò in una fabbrica bellica, aveva la tessera fascista, forse non sapeva nemmeno di preciso cosa significasse, forse non si era mai posta il problema, uno dei suoi fratelli morì in Russia. Erano o non erano fascisti? Difficile dirlo, sicuramente non ebbero la forza di opporsi, sicuramente obbedirono, eseguirono gli ordini sempre e comunque, esattamente come il mostro Priebke – questa fu sempre la sua linea difensiva –, queste erano le persone “comuni” in quegli anni. Non ho bisogno né di purificare e santificare la loro memoria, né sento la necessità di processare all’infinito la storia, mettendo alla sbarra nuovi – e vecchi – fascisti, per rendere giustizia ai martiri partigiani e produrre nuovi antifa (lol). L’unica necessità che sento è quella di agire e di impegnarmi perché la violenza venga universalmente abbandonata, per sempre.

Non mi appartengono le logiche della vendetta e del rancore. Logiche che, come ho detto, mi fanno disprezzare chi le ripropone in nome dei valori dell’antifascismo – o meglio, in nome della mistificazione dell’antifascismo: l’“anti” non esprime mai “valori”, è piuttosto segno di una necessità di fronte a una contingenza, superata la quale dev’essere abbandonato, per non divenire la drammatica caricatura delle idee che esprime. Io mi rifiuto di stare al gioco dei “buoni contro i cattivi”, io voglio superare queste contrapposizioni e non ho paura di dire che disprezzo i partigiani e addirittura i rappresentati della comunità ebraica che, in nome delle sofferenze del passato, pretendono di tenere vivo l’odio oggi. Gli ebrei, che tanta importanza danno al concetto di “popolo”, proprio perché hanno vissuto sulla pelle dei propri avi (notate nulla di strano? “Hanno vissuto” – sulla pelle di “altri”) la mostruosità della violenza, dovrebbero essere oggi i primi a non voler mettere in atto nessun genere di violenza. Non importa se il Dio dell’Antico Testamento – spietato vendicatore – non conosce il perdono, in questo caso il perdono e la carità non c’entrano, si tratta di semplice razionalità e buon senso, non è con l’odio che si costruisce un futuro migliore. La sofferenza personale va sempre rispettata ed è comprensibile che la vittima faccia fatica ad essere fredda e razionale di fronte al suo carnefice, ma quante delle persone che hanno subito la violenza nazi-fascista sono ancora in vita oggi? Si smetta di ragionare astrattamente per “famiglie e popoli”, si ragioni per “individui”, gli individui, non i popoli, provano dolore! Odiare una persona che ha fatto parte di una fazione che, 70 anni fa, ha ucciso donne e uomini che – secondo quanto ci è stato detto – facevano parte del nostro “popolo”, è semplicemente insensato. Se mi dicessero che una persona ha ucciso, 70 anni fa, mio bisnonno e ha sterminato l’intera sua famiglia, sinceramente non mi sentirei particolarmente toccato, sono persone che non ho mai conosciuto, non posso che provare per loro un generico dispiacere, quello che si prova per la morte di ogni essere vivente, nulla di più. Dovrebbero forse gli abitanti di Truva, l’antica Troia, odiare oggi i greci, discendenti di chi, nell’antichità, rase al suolo la loro bella città? Non credo di essere insensibile, sono schietto e realista, un essere umano non può provare profondo dolore per la morte di persone che non ha mai conosciuto e che sono morte quasi 100 anni fa. Non posso giustificare la strumentalizzazione del dolore del passato a giustificazione dell’odio di oggi.

Sono antisemita? Non credo, mi sono sempre schierato a favore di Israele – perla di democrazia che brilla in un deserto dominato da regimi teocratici e illiberali. Curioso invece che i partigiani antifa (lol) che ti sputano in faccia se dici che, forse, dopo 70 anni, è inutile prendersela con Priebke, siano gli stessi che inneggiano alla distruzione di Israele e solidarizzano con i nemici del mondo libero.

Proseguendo il botta e risposta, mi sono sentito dire addirittura che, andando avanti così, finirò per negare l’olocausto e che, se fossi giornalista, sarei uno di quelli che chiedono ai parenti delle vittime “lei perdona l’assassino?”. Ora, capisco che quando si discute appassionatamente si possa rischiare di uscire dai binari, ma – per quanto riguarda la prima osservazione – mi sembra abbastanza chiaro che non solo non è mia intenzione negare/minimizzare i massacri e le stragi nazifasciste ma che, al contrario, affermo con forza che quelle violenze – frutto del lato oscuro dell’Umano, con il quale dobbiamo fare i conti – è bene che siano studiate, conosciute, ricordate e – soprattutto – superate. Per quanto riguarda la seconda cazzata (vi offendete se la chiamo così?), non sapremo mai quali domande farei se fossi quello che non sarò mai, ovvero giornalista – uno di quelli che, per vendere più copie e distrarre l’opinione pubblica, sfornano lo scoop del secolo: Priebke centenario a passeggio con la badante e forse festeggerà addirittura il compleanno! Certo è che il perdono qui non c’entra, non solo perché non odiare non vuol dire dimenticare, ma anche perché gli unici a poter perdonare sono gli individui che hanno subito le violenze e, al limite, le persone a loro care. Non le generazioni future, non “un popolo”, non una fazione. Finché non faremo lo sforzo di comprendere che le categorie e i nomi collettivi sono utili solo a facilitare il ragionamento, ma non sono entità concrete, continueranno ad esistere odio, razzismo e discriminazione.

Per concludere, una persona che stimo mi ha fatto presente che certi temi devono essere affrontati in punta di piedi, non come un elefante in cristalleria, perché il dolore e la sofferenza arrecati sono stati troppo grandi per potere scrivere con leggerezza frasi come quelle da me scritte con tono di disprezzo. Queste osservazioni, che possono apparire di “buon senso”, rappresentano esattamente il nocciolo del problema. Le mie parole – frutto di riflessione profonda,  nessuna leggerezza quindi! –, il tono di disprezzo e la delicatezza di un elefante in cristalleria, sono atti politici voluti, che mirano a mandare in frantumi i sacri valori dell’antifascismo in salsa pop, ovvero quei cristalli dogmatici che tendono all’infinita riproposizione delle contrapposizioni, dell’odio e della violenza.

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