L’autodeterminazione dei popoli passa per l’autodeterminazione degli individui



Martedì 30 luglio il Consiglio Regionale Veneto si è riunito
per discutere la possibilità di indire un referendum consultivo per l’indipendenza del Veneto. Il tutto s’è concluso con un nulla di fatto, l’ormai famosa “proposta di legge 342” non è stata messa ai voti e gli interventi che si sono susseguiti durante le 4 ore di dibattito non hanno aggiunto nulla di nuovo rispetto alle posizioni già note dei singoli consiglieri e dei vari partiti.

bandiera san marcoSe mi chiedessero “Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica indipendente e sovrana?”, la mia risposta quasi sicuramente sarebbe “sì”. Quando mi capita però di ascoltare o leggere le parole di molti indipendentisti, mi sento non poco a disagio e sono combattuto: se il primo pensiero che mi passa per la testa è infatti “minchia, con questi si passa dalla padella alla brace”, subito dopo non posso non avvertire la vicinanza tra le istanze indipendentiste e il mio costante, ossessivo, desiderio di libertà.

La perplessità è dovuta probabilmente al non chiaro concetto di libertà propugnato da molti sostenitori dell’indipendenza . Non mi è chiaro se il loro obiettivo sia liberarsi dall’opprimente e tecnicamente criminale Repubblica Italiana, per poi sottomettersi ad un’altra altrettanto opprimente Repubblica Veneta. Vorrei insomma capire che fine fa l’individuo nella società del futuro sognata dagli indipendentisti.

Per me, individualista e libertario, il principio di autodeterminazione dei “popoli”, garantito dalle convenzioni internazionali, è un diritto fondamentale che deriva dal diritto all’autodeterminazione degli individui. Sempre per quanto mi riguarda, concetti come “popolo”, “cultura”, “tradizione”, sono utili nello studio dell’antropologia e della storia, ma non dovrebbero mai costituire le linee guida delle azioni politiche e, tanto meno, dovrebbero essere i pilastri di un ordinamento istituzionale. È vero, l’ONU fa riferimento a questi concetti fumosi per sancire il diritto all’autodeterminazione, nulla vieta però di utilizzarli come grimaldello per liberarsi dagli stati ottocenteschi, senza poi porli alla base delle nuove repubbliche. A me interessano le persone e le loro libere scelte, gli individui e i loro contratti – indipendente dal colore, dalla lingua, dall’abbigliamento, dalla cultura, dall’orientamento sessuale, dalla religione. Mi interessa che rispettino poche e semplici regole, basta leggere J. Locke, nulla di più.

Capita spesso che gli indipendentisti, parlando della “cultura veneta”, pongano la “tradizione cristiana” come perno della società veneta e mi chiedo allora quale sia il vero obiettivo di questi signori: una società libera, incardinata sulle libertà degli individui o uno Stato (etico) Veneto, dove l’individuo non conta nulla e quella che viene salvaguardata è una fantomatica identità collettiva – magari storicamente accertata? “Popolo” è un nome collettivo che designa un’entità astratta, alla quale è insensato attribuire dei diritti. Tra persone che incidentalmente si trovano a condividere lo stesso territorio, si sviluppa una cultura (e una lingua) prevalente – mai universalmente condivisa, i gruppi sociali non sono mai omogenei, nonostante si parli erroneamente di “cultura comune” – e costituiscono quello che semplificando viene definito “popolo”, ma gli elementi culturali prevalenti non possono essere tradotti in legge – se non con la violenza anti-individualista. Altro errore che a mio avviso commettono molti indipendentisti è quello di rivendicare l’indipendenza in base ad accadimenti storici che reputano “ingiusti” nei confronti del “popolo veneto”. Questo approccio è insensato perché, prendendo come riferimento un qualsiasi periodo storico, chiunque potrebbe avanzare diritti nei confronti di chiunque, del resto la storia è fatta di guerre e conquiste – sicuramente considerate illegittime dalla fazione sconfitta.

Il buon politico conosce la storia, la cultura e la tradizione, ma agisce senza scordare che i presunti valori di un passato mitologico non possono e non devono mai essere utilizzati per plasmare la “società ideale” – delirio di ogni totalitarismo che, nel perseguire il proprio folle intento, non può che cancellare ogni individualità non conforme al progetto.

Le amiche e gli amici indipendentisti mi perdoneranno se vado a toccare tematiche sociali che vengono definite “eticamente sensibili” dai campioni dell’autoritarismo statalista e moral-perbenista. Di queste tematiche è meglio parlarne, non sono argomenti delicati né tanto meno difficili. Difficilmente comprensibile è, al limite, l’irrazionalità di chi pretende, in nome di dogmi politico-religiosi, di innalzare a Legge la propria visione del mondo. Eutanasia, sostanze psicoattive, aborto, sessualità/affettività, prostituzione, OGM, libertà d’impresa – giusto per citare le questioni più “calde”. Che cosa farà la Nuova Repubblica Veneta? Pretenderà di regolamentare ogni aspetto della vita dei cittadini, o lascerà decidere a ciascuno come vivere, morire, amare, lavorare? In una società libertaria possono convivere integralisti cattolici, libertini nichilisti, talebani, atei razionalisti e chi più ne ha più ne metta. Ognuno può vivere seguendo le fantasticherie che preferisce, con l’unico intuitivo limite dell’inviolabilità della libertà e della proprietà altrui. Non “sembra semplice”, “È semplice”. È intuitivo, è naturale. Non semplice, contro-intuitivo e innaturale è invece il modello di pressoché tutti gli Stati contemporanei, incentrato su iper-regolamentazione e controllo totale della società.

Quali vantaggi trarrebbero le cittadine e i cittadini sostituendo l’opprimente Repubblica Italiana con una altrettanto opprimente Repubblica Veneta? Assolutamente nessuno, anzi, le situazione potrebbe pure peggiorare: se nelle evidenti falle della burocrazia italiana si aprono degli spazi di libertà, una puntualissima ed efficientissima macchina amministrativa veneta sarebbe un vero e proprio tribunale dell’inquisizione. Chi sposa la causa indipendentista, vuole uno stato leggero, non un opprimente tassatore, vuole un buon amministratore al quale delegare poche questioni e non un onnipresente “buon padre di famiglia”, “padre padrone”, sempre pronto a decidere per tutti – con tono moralista – cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa si può fare e cosa non si può fare.

Insomma, care e cari indipendentisti, sta a voi scegliere, lavorate per costruire un campo di concentramento statalista e teocratico o per dar vita ad un paradiso libertario? Nel primo caso, per quanto mi riguarda, mi tengo (mal)volentieri il maldestro inquisitore e rapinatore italiano; nel secondo, sono radicalmente con voi.

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