Il successo di Corbyn & compagni non è una bolla mediatica, ma un fiume in piena


LONDON, ENGLAND - SEPTEMBER 12: Jeremy Corbyn is announced as the new leader of the Labour Party at the Queen Elizabeth II conference centre on September 12, 2015 in London, England. Mr Corbyn was announced as the new Labour leader today following three months of campaigning against fellow candidates ministers Yvette Cooper and Andy Burnham and shadow minister Liz Kendall. The leadership contest comes after Ed Miliband's resignation following the general election defeat in May. (Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images)Jeremy Corbyn, candidato “per caso”, per dare un po’ di colore ad una campagna elettorale che rischiava di risultare monotona, ha spiazzato tutti riuscendo a suscitare l’interesse e l’entusiasmo di tanti – di troppi, secondo qualcuno! E così sono partiti gli attacchi, volgari e violenti, da parte di Tony Blair & soci, di Cameron, della stampa, insomma, da parte di chiunque. Tutto questo non è bastato, Corbyn ha conquistato la guida del Labour e i tentativi di demolire l’immagine del “vecchio socialista” hanno avuto l’effetto contrario di quello sperato. Gli stessi che prima hanno tentato di screditarlo, ora ci spiegano che il suo successo è una bolla mediatica destinata a sgonfiarsi a breve. Ci dicono che la sua sovraesposizione mediatica ha fatto esplodere la Corbyn-mania e che solo grazie all’inconsistenza dell’offerta politica dei conservatori e dei suoi avversari interni al partito, Corbyn “il rosso” è riuscito, con i suoi riflessi nostalgici e populisti, ad entrare nel cuore della gente. Liquidano come un incidente di percorso di poco conto il fatto che uno dei più importanti partiti affiliati al Partito del Socialismo Europeo possa cambiare rotta, allontanandosi dalle politiche economiche e sociali del “grande centro” di Popolari e Socialisti, avvicinandosi a chi lotta per costruire un’altra Europa.

Naturalmente si sbagliano, come si sono sbagliati dipingendo Alexis Tsipras come un dilettante allo sbaraglio, perché se è vero che Syriza e Tsipras hanno dovuto fare retromarcia su alcuni punti programmatici fino a pochi mesi fa definite irrinunciabili, è altrettanto vero che, al tavolo delle trattative, la Grecia si è sempre trovata di fronte un manipolo di sordi. I rappresentanti degli altri Paesi europei, i creditori, non erano intenzionati ad ascoltare le ragioni del leader greco, nessuno era lì per immaginare una politica finanziaria ed economica che anche solo per un istante alzasse lo sguardo dai numeri, guardando negli occhi le persone. Ma se a quel tavolo ci fossero stati tanti altri Tsipras, cosa sarebbe successo? Forse non solo il “caso Grecia” avrebbe avuto un diverso epilogo, ma anche L’Unione Europea non sarebbe più la stessa.

Il successo di Syriza alle elezioni di domenica e la riconferma di Alexis Tsipras, dimostrano che il popolo greco ha capito quello che è successo al tavolo della trattativa e ha voluto tornare a dare fiducia alla persona che ha sfidato l’Europa, ma che allo stesso tempo ha compreso l’importanza di non abbandonare il grande sogno politico europeo di Pace e Prosperità, che è ben altra cosa dall’Europa della finanza e delle banche di oggi.

Di cosa stiamo parlando quando parliamo di debito, di interessi sul debito, di spread, di banche da salvare, di grandi interessi da tutelare? Ogni volta che ragioniamo su uno qualsiasi di questi concetti stiamo parlando della vita delle persone, stiamo parlando della differenza che passa tra l’avere o non avere un sistema sanitario che ci garantisca le cure di cui abbiamo bisogno; stiamo parlando dell’abisso che c’è tra avere e non avere una buco di alloggio popolare dove vivere e da dove poter organizzare la propria vita; stiamo parlando degli strumenti di crescita personale e professionale che derivano da una buona istruzione; stiamo parlando della serenità può dare il reddito di cittadinanza e della disperazione che colpisce chi per qualsiasi ragione perde il lavoro o non lo ha mai trovato.

Stiamo parlando di tante cose e nessuna di queste è pura retorica, ognuna di queste è pura concretezza, è pura vita. Il sistema attuale ha portato alla crisi globale e a un impoverimento di fasce sempre più ampie di popolazione, e sempre più persone, soprattutto tra le nuove generazioni – quelle post-ideologiche – hanno ben chiaro che se una strada porta al precipizio, si provano altre vie. A loro ben poco interessa dell’etichetta – comunista, socialista, marxista, ma chi se ne frega ti rispondono – pur avendo ben chiaro che Salvini, Le Pen, Farage e Grillo sono tutt’altra cosa rispetto a Corbyn & compagni, perché il populismo sta nel promettere grandi cose ai tuoi elettori, sparando a zero sullo straniero disgraziato, mentre è ben altra cosa immaginare politiche inclusive, che mirino al benessere di tutte e di tutti. E se le persone le convinci senza sacrificare sull’altare del consenso i più deboli, significa che il populismo non sai nemmeno dove stia di casa e stai chiedendo ai tuoi elettori di accettare una sfida globale tutt’altro che semplice.

Non c’è nulla di populista o di nostalgico nel tentativo di riconquistare ciò che è stato cancellato da decenni di politiche che ben poco hanno tenuto conto del “benessere e della felicità” delle persone. Nessun balzo indietro insomma con i vari Corbyn, Tsipras, Iglesias e – perché no?! – Sanders. Al limite una faticosa risalita dopo uno sprofondamento nell’immiserimento economico, politico, sociale e morale che per troppo tempo ci ha fatto credere che equità e giustizia sociale fossero un retaggio del passato e che la povertà fosse un fatto naturale. Non è così e per fortuna ce ne stiamo accorgendo.

Insomma, il grande successo in tutta Europa di movimenti che, pur essendo diversissimi tra loro, hanno una visione comune e alternativa a quella dominante, è il segno che i risultati di Corbyn & compagni non sono una bolla mediatica, ma un fiume in piena.

Mattia Da Re

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