Nella nostra “Milano in Comune”, la dignità, le libertà e i diritti di tutti vengono prima del profitto di pochi


Lo scorso dicembre, per il solo fatto di aver fatto notare che la legge non consente alle aziende di effettuare controlli lesivi della privacy e della dignità dei lavoratori e delle lavoratici, sono stato allontanato dal punto vendita della più grande catena di profumerie presente in città, dove avrei dovuto promuovere, per conto di un’agenzia, i profumi di due marchi di lusso.

Per chi non ricordasse nel dettaglio la vicenda, rimando alla lettura di questo articolo: www.mattiadare.wordpress.com/2015/12/16/nel-regno-del-lusso-non-ce-spazio-per-i-diritti-dei-lavoratori

In quell’occasione, ho fatto il possibile per far conoscere cosa devono subire ogni giorno le lavoratrici e i lavoratori di quella catena di profumerie. Ho scritto alle principali testate giornalistiche nazionali e locali, ho contattato dirigenti e militanti dei movimenti che da sempre si battono per i diritti di tutte/i e ho segnalato l’accaduto all’ispettorato del lavoro. Molti mi hanno espresso solidarietà e vicinanza, un ottimo giornalista delle pagine milanesi di Repubblica si è interessato alla vicenda e ha scritto un articolo, mai pubblicato perché bloccato dai “capi”. Non avevo la pretesa che le cose cambiassero per la mia semplice denuncia, ma speravo almeno che se ne parlasse. Così non è stato.

In questi mesi, non potendo più essere mandato nei punti vendita di questa importante catena, sono riuscito a lavorare molto poco, ma durante le giornate di lavoro che l’agenzia mi ha assegnato, ho avuto modo di confrontarmi con altre/i promoter e tutte/i hanno confermato i trattamenti umilianti che sono costrette/i a subire per non rischiare di perdere il lavoro.

Quello che mi spinge a tornare sull’argomento è la profonda rassegnazione della quasi totalità delle persone che ho avuto modo di incontrare: quasi tutte donne, quasi tutte giovanissime, moltissime del sud, trasferitesi a Milano con la speranza di trovare un lavoro dignitoso. La frase che tra loro va per la maggiore è “se vuoi lavorare è così e non ti puoi lamentare. Nonostante tutte percepiscano la sgradevolezza di dover aprire e svuotare la propria borsetta davanti a colleghi e spesso addirittura ai clienti, nessuna di loro sa che quello che l’azienda fa è illegale. È proprio grazie all’ignoranza che l’azienda può continuare a violare i diritti di chi ha bisogno di lavorare ed è costretto a subire ogni genere di trattamento e di ricatto. Tutto questo è semplicemente inaccettabile.

Milano, la capitale economica del Paese, è ancora oggi considerata una città ricca di opportunità, eppure Milano non è solo questo. È una città dove, più che altrove, le persone sono considerate risorse da sfruttare, è il regno della velocità, dell’alienazione, della precarizzazione del lavoro e della vita, della competizione spietata e spesso scorretta, dove l’unica cosa che conta è il profitto – di pochi, naturalmente.

Cosa fare per cambiare rotta? Mi si dirà che a livello locale si può fare poco, del resto questa è stata la risposta dell’unico tra i partecipanti alle primarie del centrosinistra – Pierfrancesco Majorino – che si è degnato di rispondermi.

Personalmente sono convinto che chi ha a cuore i diritti, le libertà e la dignità delle persone abbia l’obbligo di intervenire ad ogni livello e con ogni strumento possibile. È fondamentale attivarsi per far conoscere alle lavoratrici e ai lavoratori i loro diritti, far conoscere loro fino a dove possono spingersi le aziende. Altrettanto importante è incoraggiare azioni di denuncia di ogni comportamento scorretto e scoraggiare gli acquisti nei negozi che non rispettino i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

La campagna elettorale che ci aspetta è una occasione da non perdere anche solo per informare e sensibilizzare la cittadinanza, perché nella città che vogliamo, nella nostra “Milano in Comune”, la dignità, le libertà e i diritti di tutte e di tutti vengono prima del profitto di pochi.

Mattia Da Re

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