Quando torneremo a festeggiare il 1° maggio?


Quando parliamo di diritti dei lavoratori, parliamo di qualcosa di serio. Chi snobba l’argomento, finge di non sapere che la vita della maggior parte di noi è totalmente condizionata dal lavoro o dalla sua mancanza e dalle condizioni degne o indegne nelle quali ci troviamo a lavorare.

È innegabile che negli ultimi anni grandi masse di lavoratrici e lavoratori, soprattutto tra le generazioni più giovani, abbiano perso una serie di tutele che fino a 20 anni fa erano considerate conquiste inattaccabili in una società moderna e democratica. Se è vero che nei decenni passati – oltre che nuovi diritti – molte persone si sono viste assicurare ingiustificabili privilegi che devono necessariamente essere aboliti, è altrettanto vero che ci sta prendendo in giro chi sostiene – in nome della lotta ai privilegi e della modernizzazione del mercato del lavoro – la necessità di passare dalle baby pensioni e dall’assoluta impossibilità di licenziamento, al lavoro a chiamata con pagamento in voucher.

Ma allora che fare?

Ai tempi del Jobs Act, diventa difficile festeggiare il 1° maggio, soprattutto se a non mostrare nessuna intenzione di ribellarsi alle indecenti condizioni lavorative sono proprio le generazioni che più vengono sfruttate. Non sentono la necessità di agire perché hanno la fortuna di poter vivere – o quantomeno sopravvivere – sulle spalle dei loro genitori, che appartengono a generazioni che qualche tutela l’hanno avuta e che in un modo o nell’altro ancora se la cavano.

Chi una sensibilità l’ha sviluppata, non può limitarsi a constatare l’assenza di una forza sociale in grado di contrastare l’erosione di ogni genere di diritto. È necessario interrogarsi su come si possa invertire radicalmente rotta, perché non è sufficiente abrogare qualche passaggio del Jobs Act o dello Sblocca Italia per smontare un sistema fatto di ricatti e sfruttamento.

Le generazioni degli eterni precari sono totalmente immerse e schiave del modello economico che le sfrutta. Chi fa il commesso a giornata e viene pagato in voucher, spende i pochi soldi che guadagna in negozi dove altre persone vengono sfruttate. La cameriera che lavora con contratto di 1 mese nel bar di qualche centro commerciale, non vede l’ora che arrivi il giorno di riposo per andare a bere un drink dove altre ragazze subiscono lo stesso trattamento. Se è grave che molte persone si sentano gratificate dal fatto di poter acquistare e possedere oggetti che sono costati il loro e l’altrui sfruttamento, è drammatico che troppo spesso non ci si soffermi a pensare alla schiavitù che sta dietro alla produzione di oggettistica inutile in plastica e capi d’abbigliamento scadenti che troviamo nell’infinità di catene e negozi che invadono le città.

L’abbondanza “quantitativa” è spesso segno di povertà “qualitativa”, dietro alla “quantità” c’è necessariamente uno schiavo o, nella migliore delle ipotesi, uno sfruttato. Non è spendendo “per far girare l’economia” che si cambia rotta, il cambiamento passa soprattutto dal consumo critico e consapevole. “Spendere meno e spendere meglio”, ovvero spendere di più per un singolo capo di abbigliamento (del quale si conoscono le condizioni di lavoro di chi lo ha prodotto) e non finire per spendere il doppio acquistando decine di capi di infima qualità ma dal prezzo unitario irrisorio.

Siamo una società di sfruttati che si regge sulla schiavitù dei popoli del sud del mondo. Solo abbandonando il dogma contemporaneo della corsa all’infinita crescita quantitativa e non qualitativa sarà possibile mettere fine ad ogni genere di schiavitù e sfruttamento. Se ci riusciremo, ci ringrazierà il pianeta, ci ringrazieranno gli animali, ci ringrazieranno le persone – ovvero le lavoratrici e i lavoratori di tutto il mondo. Se ci riusciremo, il 1° maggio tornerà ad essere una festa.

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