Chi ama la Democrazia vota NO, per tutto il resto “Basta un sì”


La campagna per il sì è mediaticamente vincente, parla di risparmio, di sburocratizzazione, di velocità. Parla una lingua comprensibile e pop. Il sì si presta ad essere detto con il sorriso sulle labbra, con l’entusiasmo di chi ha voglia di cambiare, del resto Basta un sì! Insomma il sì è bello ed è bello essere per il sì! Automaticamente chi sostiene il no, dimostra di avere paura del cambiamento e diventa l’alfiere del passato, degli sprechi, della burocrazia e della lentezza. In poche parole, chi dice no è per forza “contro” e non “per”. Non importa che si tratti di un voto a due opzioni e sia scontato che il testo possa essere o approvato o respinto, senza terze vie. Tanto meno importa quale sia l’oggetto del “per”. Nella società della velocità e degli “uomini del fare” l’importante è appunto “fare” e poi vediamo cosa succede, magari siamo fortunati – siamo tutti un po’ come i giocatori di un grande quiz a premi.

Che tutto si giochi sull’estetica, lo si capisce dal fatto che argomento non secondario della campagna di marketing del sì, sia la bellezza non solo del sì, ma pure dei promotori del sì e la bruttezza non solo del no, ma pure dei sostenitori del no. Da una parte, una schiera di professoroni e sinistri parrucconi si accompagna, per l’occasione, agli incapaci populisti grillini e ai peggiori fascioleghisti reazionari italici, dall’altra i rottamatori, quarantenni sì, ma moderati e con la testa sulle spalle, quelli che piacciono alle nonne perché sono rassicuranti, lottano da soli – o quasi, con loro ci sono Alfano, Verdini, Tosi, Casini – contro la casta della prima e della seconda repubblica.

Questa rappresentazione fantasiosa risulta efficace per i consumatori dei vecchi e nuovi media mainstream, uomini e donne solo superficialmente interessate alla politica, persone disposte ad ascoltare solo ciò che vogliono sentirsi dire e che amano gli slogan perché – falsi o veri che siano – risultano immediatamente comprensibili e non costringono a pensare.

Non ci sarà da stupirsi se molti elettori del Movimento 5 Stelle, senza dirlo troppo in giro, voteranno sì. Incattiviti da decenni di corruzione e sprechi e propensi a credere ad ogni soluzione miracolosa, come potrebbero non restare incantati dalle balle “anticasta” di cui è infarcita la propaganda a favore della riforma? La stessa cosa vale per chi si riconosce nella destra – area da anni allo sbando e alla ricerca di un inesistente leader che inauguri l’era post-berlusconiana: su questo fronte, l’elettore dovrebbe fidarsi e affidarsi a politicanti di infimo livello – da Brunetta a Salvini, passando per Meloni e Alemanno – che, avendo sempre vissuto di politica & privilegi, non avendo mai mostrato di essere campioni di democrazia, hanno condotto una feroce campagna per il “no” in chiave antirenziana e antigovernativa, spacciandosi – non credendo per primi alle loro parole – per difensori della Costituzione nata dalla Resistenza sulla quale hanno sempre sputato. Perché i loro elettori dovrebbero seguirli, se Renzi è a un passo dalla realizzazione di una controriforma non troppo diversa quella che il centrodestra avrebbe potuto partorire? Del resto sono le parole d’ordine che contano: tagli (ai costi o alla democrazia è uguale, basta tagliare) e culto dell’uomo solo al comando.

Il sì, insomma si vende bene, è il prodotto perfetto per il suo target di riferimento, ovvero masse di consumatori compulsivi per nulla interessati a qualsiasi cosa non sia un bene materiale – di cospicuo o esiguo valore fa poca differenza, ce n’è per tutti i gusti. D’altra parte, in una società di automi che non hanno tempo di vivere perché troppo presi dalle “cose della vita”, di schiavi inconsapevoli e di analfabeti funzionali, la perdita di spazi di partecipazione democratica non è percepita come un problema e perdere il diritto di eleggere il Senato significa solo “risparmio, sburocratizzazione e velocità”, tutto il resto non conta. Ancora meno conta che gli strumenti di partecipazione popolare possano diventare armi plebiscitarie nelle mani dei potenti e strumenti impraticabili per i cittadini – ma tanto chi se ne frega? Il consumatore non raccoglie firme, ma punti fedeltà.

La riforma non prevede quindi nulla di apprezzabile? Non è così e sarebbe disonesto affermarlo – per esempio l’abolizione del CNEL e delle province, il tetto massimo agli stipendi dei consiglieri regionali, l’obbligo del Parlamento di discutere le proposte di legge di iniziativa popolare, sono indubbiamente iniziative positive. Tuttavia siamo chiamati ad approvare o rifiutare tutto in blocco e anche un solo punto, se gravemente compromettente, risulta sufficiente a costringerci a respingere l’intera riforma. Uno dei punti più odiosi della riforma (ma non è l’unico, visto che la riforma si mangia pure molte competenze regionali e la difesa dell’ambiente) è che uno dei due rami del Parlamento non sarà più eletto dal popolo, ma nominato da e tra i consiglieri regionali – per altro non assicurando medesima rappresentanza ai cittadini di tutte le regioni, visto che regioni molto piccole eleggeranno un numero di senatori pari o di poco inferiore a regioni che hanno oltre il doppio del numero degli abitanti. Ci rassicurano dicendo che i nuovi senatori, oltre a non essere stipendiati, avranno voce in capitolo su un numero ristretto di provvedimenti, ma il punto non è questo. Perché mai una persona non eletta dal popolo dovrebbe essere chiamata a prendere anche solo una – fosse pure la più banale – decisione?

Il furto della sovranità popolare dovrebbe essere, per ogni persona che voglia conservare il proprio status di cittadino, discriminante. Nessuna persona cresciuta conoscendo e comprendendo l’importanza e la necessità di non smettere mai di costruire e difendere la democrazia potrebbe volere qualcosa del genere.

Quanti in Italia sono portatori di queste sensibilità? Dopo decenni di democrazia reale, è difficile sperare nella capacità di giudizio delle masse, ma non conviene arrendersi. Non ci resta che usare ogni minuto che ci separa dal voto per informare, mostrando le menzogne populiste che il Governo e i media di regime ripetono da mesi – augurandosi che il target di riferimento della propaganda per il sì, il 4 dicembre sia troppo impegnato nello shopping domenicale in qualche centro commerciale per prendersi la briga di andare a votare.

no

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