Amministrative 2017: trionfa la vecchia politica ma a sinistra c’è fermento


La fotografia che esce dalle elezioni amministrative è quella di un Paese che non ha nessuna intenzione di cambiare. Non che le persone navighino nell’oro, non che il malcontento della popolazione non sia in costante, se non addirittura in costante crescita, semplicemente, nel segreto dell’urna, la maggioranza continua a trovare fondamentalmente rassicurante la tanto odiata vecchia politica.

L’onda dei sindaci a 5 Stelle sembra già essersi spenta, in nessuno dei 25 capoluoghi di provincia al ballottaggio il MoVimento sarà in corsa e solo in una decina di città su 140 è arrivato al secondo turno. Praticamente ovunque il 25 giugno la sfida sarà tra il buon vecchio centrosinistra e l’apparentemente rinato centrodestra. Verrebbe da chiedersi come sia possibile, la destra e la sinistra non erano morte? A quanto pare no, dopo il fallimento dell’esperienza romana e l’ambiguità di quella torinese, ad essere morta sembra essere piuttosto la fiducia che le italiani e gli italiani avevano riposto nel non-partito antisistema. Del resto quando a grandi promesse seguono mezzi disastri, l’elettore “né di destra né di sinistra” ma semplicemente incazzato, non ci mette molto a cambiare bandiera. Certo è presto per decretare il decesso della creatura di Beppe Grillo, in fondo le elezioni amministrative sono da sempre popolate di quel sottobosco di volponi della politica che, sapientemente, da decenni coltivano quel loro orticello che ad ogni appuntamento elettorale dona loro i frutti sperati. Tutto questo manca agli attivisti grillini e poi le elezioni politiche si giocano su altri piani, il simbolo viene prima dei nomi e non è un caso se tutti i sondaggi dicono che il MoVimento continua ad essere il secondo partito a livello nazionale, subito dopo il Partito Democratico.

In ogni caso queste elezioni comunali ci raccontano interessanti aspetti della situazione politica attuale, a partire dal fatto che, nonostante il grande malcontento e il fastidio verso la politica, le italiani e gli italiani a cambiare le cose pare che non ci provino nemmeno quando potrebbe essere relativamente semplice. È indicativo infatti che nella maggior parte dei piccoli comuni non siano state presentate liste a 5 Stelle, eppure mettere in piedi una lista, con un marchio che a livello nazionale è molto noto, in un piccolo comune non è né difficile né troppo dispendioso. Altro dato interessante è che, sempre nei piccoli comuni, sia sempre più diffusa la tendenza a non presentare i simboli dei partiti e a preferire le finte liste civiche, in molti casi solo due, una tendenzialmente identificabile con il centrodestra, l’altra con il centrodestra. Quindi nemmeno a livello delle piccole comunità, dove l’azione politica è alla portata di tutti, la cittadinanza muove un dito e dove qualche lista alternativa al duopolio centrodestra-centrosinistra si è presentata, i cittadini l’hanno bocciata preferendo probabilmente nomi noti e conoscenze personali tra le fila della partitocrazia, più o meno camuffata nelle liste civiche. La partita però non è finita, quello che è certo è che i 5 Stelle sono fuori dai giochi, ma i comuni al ballottaggio sono tanti e solo dopo il 25 giugno sapremo se l’elettorato grillino premierà il PD renziano o le coalizioni di centrodestra guidate spesso dalla lega salviniana. La questione è di quelle da un milione di dollari, del resto è un po’ da quando il movimento 5 stelle è nato che tutti si chiedono se abbia intercettato voti provenienti maggiormente da destra o da sinistra. Tutto si gioca oggi su questioni che solo in parte hanno a che fare con la politica locale: il popolo in difficoltà chiede protezione e sicurezza sociale e teme che altri – i migranti – possano portare via le poche risorse disponibili. Nonostante entrambi gli schieramenti maggiori non siano in grado di dare una risposta a questi bisogni e proseguano con politiche precarizzanti e con lo smantellamento dello stato sociale, il centro destra, con i suoi spot anti-migranti e al grido di “prima gli italiani”, rischia di essere percepito come più vicino al popolo arrabbiato – dai lavoratori meno protetti, agli imprenditori strangolati dalle tasse per finire con benestanti egoisti che temono di perdere i loro privilegi – che, in un momento di crisi profonda, si sente rassicurato dal rifiuto di accogliere altre “bocche da sfamare”. D’altra parte, la forza del Partito Democratico sta nella sua ormai compiuta metamorfosi verso il Partito della Nazione, una novella Democrazia Cristiana, un porto sicuro – anzi, una palude – per la classe media che ha bisogno di stabilità e moderatismo, ovvero di una destra dal volto umano – ammesso che vi sia un briciolo di umanità nei decreti Minniti, nel JobsAct e nei voucher. Quale delle due opzioni preferiranno gli elettori del MoVimento 5 Stelle? Fare previsioni è difficile, quello che è certo è che il MoVimento 5 Stelle, nato come un grande laboratorio ecologista e autenticamente democratico, non ha saputo elaborare una proposta politica alternativa a quelle esistenti, una proposta in grado di soddisfare il bisogno di protezione sociale, senza fare leva sulla guerra tra poveri e spingendo, al contrario, sulla redistribuzione e sulla giustizia sociale. Perché i grillini, al netto di qualche proposta fumosa e qualche slogan facile, non hanno percorso questa strada? La risposta è relativamente semplice, i leader – anzi, i proprietari – del moVimento hanno preferito la strada più semplice, hanno dato vita ad un contenitore “acchiappatutto”, dando risposte fumose e vaghe a tutte quelle questioni, oggi fondamentali, per le quali prendere posizione nettamente avrebbe comportato la potenziale perdita di parte dell’elettorato. Questa scelta ha consentito e in parte continua a consentire al non-partito di fare il pieno di voti, ma al tempo spesso lo espone al rischio, una volta conquistato il potere, di dimostrarsi non in grado di dare risposte ai problemi delle persone e quindi di perdere rapidamente il consenso.

Nonostante la vecchia politica abbia indiscutibilmente vinto – indipendentemente da ciò che accadrà il 25 giugno – questa tornata elettorale, l’esito del primo turno ci restituisce una interessante novità, ovvero il buon risultato ottenuto in diverse città da esperienza di resistenza democratica, partecipativa e civica. Erano anni che quella che viene forse impropriamente definita sinistra radicale e l’attivismo civico che la circonda non ottenevano risultati apprezzabili. Eppure, sull’onda di esperienze in un certo senso rivoluzionarie – da SYRIZA a Podemos, da Sanders a Corbyn, fino a La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon e la Barcelona en Comú guidata da Ada Colau – che stanno attraversando la politica occidentale, anche in Italia dopo anni di fallimenti la sinistra sembra aver rialzato la testa. Del resto la condizione di precarietà nella quale sono immerse fasce sempre più consistenti di popolazione e il conseguente disperato bisogno di giustizia sociale, stanno lentamente riaccendendo anche nelle nuove generazioni – quelle più duramente colpite dalle diseguaglianze e dall’austerità – la consapevolezza della necessità di mobilitarsi e lottare senza sosta per riconquistare la possibilità di vivere quella che la filosofa americana Judith Butler definisce una “vita vivibile”. Nonostante i segnali incoraggianti, non è il caso di farsi prendere da facili entusiasmi: sono infatti limitate a poche realtà locali le pur significative esperienze positive e non è detto che sarà semplice trasferirle a livello nazionale. Per ora il variegato mondo della sinistra scalda i motori e, rispondendo ad un accorato appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari, si è dato appuntamento il 18 giugno a Roma. Si è riaccesa la speranza, ma la strada da fare è ancora tanta.

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