Superare culturalmente l’onda lunga del berlusconismo per far rinascere la sinistra


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Mentre in Gran Bretagna Jeremy Corbyn, rilanciando le parole chiave della “vecchia sinistra” viene accolto come una rock star da folle oceaniche di giovani e meno giovani al Glastonbury Festival e le iscrizioni al Labour Party continuano ad aumentare, il Partito Democratico guidato da Matteo Renzi riesce a perdere il ballottaggio addirittura in molte città storicamente amministrate dalla sinistra. La formula centrista – quella del sostegno alla compagna dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi, personaggio che non ha bisogno di presentazioni – non convince le tante e i tanti che al primo turno hanno votato il MoVimento 5 Stelle.

I giovani inglesi si emozionano ascoltando Corbyn il rosso che a sua volta si emoziona parlando di giustizia sociale, accoglienza, diritto alla casa, pace, redistribuzione della ricchezza, diritto allo studio e alla salute e tutte le altre “cose” che chiunque si aspetterebbe da un progressista. In Italia, gli stessi giovani che 6 mesi fa hanno in larga parte bocciato la riforma costituzionale di Matteo Renzi, non solo non si emozionano assistendo alle politiche precarizzanti volute dal Partito Democratico – e non potrebbe essere diversamente, visto che le visto che le vivono sulla loro pelle – ma iniziano pure a perdere la fiducia nei confronti di Beppe Grillo, tanto che il Movimento 5 Stelle, al di là dei giochi di parole del suo fondatore, è uscito bastonato da questa tornata elettorale.

Al netto della non irrilevante astensione, dove sono finiti i voti di protesta – ma in un certo senso anche di alternativa, se pur spesso fumosa, all’esistente – del MoVimento? A giudicare dall’esito del voto di domenica, i voti grillini hanno spesso e volentieri consentito ai candidati conservatori e reazionari di battere i tiepidi demo-renziani: gli elettori e le elettrici hanno preferito l’originale alla copia.

Se non con rarissime eccezioniuna su tutte Padova, dove in ogni caso è ancora presto per dire quanto l’ottimo risultato ottenuto dalla Coalizione Civica guidata da Arturo Lorenzoni riuscirà a spostare a sinistra l’asse del PD –, alla metamorfosi che allontanato il Partito Democratico dalle sue radici progressiste e all’arresto dell’onda grillina, non è corrisposta la nascita di una alternativa genuinamente di sinistra al sistema che ha precarizzato e impoverito il Paese e in particolar modo le nuove generazioni.

Perché in Italia non è successo ciò che è successo per esempio negli USA, in Francia, nel Regno Unito, di Spagna o in Grecia, dove con Sanders, Mélenchon, Corbyn, Iglesias e Tsipras, milioni di cittadini e cittadine e soprattutto milioni di giovani, hanno gettato le basi per progetti politici radicalmente alternativi al modello insostenibile che stava rendendo invivibili le loro vite?

Sarebbe troppo semplice liquidare la questione sostenendo che i giovani nostrani non sono troppo interessati alla politica perché, nonostante questo sia in un certo senso vero, è innegabile che il MoVimento 5 Stelle sia riuscito a far appassionare tante ragazze e tanti ragazzi alla politica. Del resto, se in mezza Europa è successo, perché in Italia le nuove generazioni avrebbero dovuto essere così poco sensibili al disastro sociale che le riguarda? Effettivamente, se pur marginalmente, hanno incanalato le loro energie in un’onda di protesta che purtroppo però si sta dimostrando incapace di proporre una alternativa concreta a ciò che combatte.

Il motivo di fondo che porta le nuove generazioni – non diversamente dalle precedenti – ad avere quasi un rifiuto per le parole d’ordine della sinistra, quelle che tanto fanno appassionare ed emozionare i giovani “corbyniani”, è probabilmente da ricercare nell’onda lunga del berlusconismo.

La ventennale retorica anticomunista di Silvio Berlusconi ha colpito non solo i comunisti – ammesso che ancora ce ne siano – ma tutto il mondo progressista e ha fatto sì che si crei nel Paese un profondo disprezzo verso concetti come “solidarietà” e “giustizia sociale”, al punto tale che essere di “sinistra” significa automaticamente essere “invidiosi” e appellare qualcuno come “comunista” vuol dire scagliarli addosso la peggiore delle offese. Oggi, nonostante il declino di Silvio Berlusconi, la cultura berlusconiana è ancora vivissima, del resto decenni di martellamento politico e mediatico senza pari (politica, mass-media, informazione, editoria, intrattenimento, sport, gossip, tutto ciò che contribuisce in modo determinante a delineare un sistema valoriale, rispondeva in gran parte a un solo padrone), non potevano non segnare profondamente intere generazioni che hanno fatto propria un’etica individualista, egoista ed avversa al concetto di uguaglianza.

Il modello berlusconiano, incentrato sul successo personale a tutti i costi, sulla ricchezza e sull’ostentazione della ricchezza, sull’immagine, sulla “necessità del superfluo”, sulla colpevolizzazione o addirittura criminalizzazione della povertà e sul disprezzo del concetto di comunità e delle istituzioni repubblicane, ha fatto presa anche sulle fasce di popolazione più deboli e vulnerabili, ovvero quelle che maggiormente sono danneggiate dalle politiche neoliberali e che, nonostante mai potranno avere nemmeno un millesimo della ricchezza e del potere del “presidente operaio”, sono pronte a sostenere politicamente i privilegi di chi li condanna alla marginalità e il modello che considera le loro povere vite come indegne di essere vissute, nell’illusione che l’unica felicità che spetta loro non stia nel desiderare e rivendicare migliori condizioni di vita, ma nell’essere spettatori entusiasti dell’opulenza dell’1% della popolazione.

Dopo oltre 20 anni di berlusconismo, scendere in piazza e chiedere uguaglianza e giustizia sociale, significa insomma autodenunciare la propria condizione di povertà , confessare la propria colpevolezza e dimostrare “invidia e rancore” nei confronti di chi invece “ce l’ha fatta”. Ecco perché i movimenti che animano il variegato mondo della cosiddetta sinistra radicale, che pure usano le stesse parole d’ordine progressiste che tanto appassionano i giovani in Europa e non solo, non riescono a spingere in massa le giovani generazioni ad agire e a costruire un progetto politico capace di offrire alla società e alle loro vite una alternativa.

Solo un duro lavoro culturale e politico potrà portare anche le generazioni precarie del nostro Paese a dire con Jeremy Corbyn we want to see a world where there is real opportunity for everybody in our society e a lottare perché questo non resti solo un sogno.

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